VETRINITA'

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Vetrinità è un racconto del reale ipotetico, un’operazione sulla durata del tempo, un incantesimo che agisce sullo scorrere dell’esistente contraendolo, dilatandolo, riverberandolo nella sua rifrazione. È un’azione che contempla nel dettaglio ciò che persiste, che indovina nel quotidiano ciò ch’è mutevole, offrendolo – ormeggiato nel porto dei valori –  nella sua grandezza. È come una fiaba, consistente in ostacoli da superare e in circostanze da rilevare, dove il puro incanto di assistere a storie risiede finanche nell’attesa di ciò che si replica su volti, lungo strade e in situazioni molteplici, entro ritmi scanditi da avvenimenti e sensazioni che rimano senza mai uguagliarsi.
Il genio di Mauro Moschitti è un luogo dove dentro c’è vita, uno spazio nel quale operano forze che piegano l’arte al mondo, quel fascinoso luogo fisico percepito con l’energia dell’immaginazione, scenario entro il quale si rinvengono e si rinnovano le idee del demiurgo munito della sua Reflex: attraverso questa su di esso vede gli uomini, interagenti gli uni con gli altri, in tutta la loro seducente varietà di gesti, posture, costumi e costumanze; scruta genti di ogni razza e colore, in guerra e pace, nel delitto e nel castigo, dentro il pianto e fuori la letizia, confusamente sani e manifestamente sofferenti, appagati o miserabili nella stringente mitezza, sparrows cadenti come corpi che vivono e non vivono, soli nella moltitudine e con sé stessi. L’immaginazione dell’osservatore obiettivo diviene repertorio del possibile, del virtuale, ma anche di ciò che c’è ma non si vede; il suo estro tesse associazioni tra forme, ininterrottamente latrici di idee, scegliendo e collegando tempestivamente gli indefiniti e molteplici aspetti del possibile e dell’impossibile, sortendo un magazzino di memoria costituito dai frantumi di apparenze perdute nel deposito del tempo, nel rovente andirivieni sventato, nel freddo magma del quotidiano, dove ogni figura tra le numerose e multiformi viene privata del suo precipuo rilievo, lasciando di sé nei frantumi d’ombra e luce rifratti sui vetri inconsistenti.
Il Nostro compone una sorta di parabola dell’assoluto invisibile divenire, costituito di strati di tenui bagliori che si accumulano su superfici transitorie, replicando sotto diverse effigi il mondo conosciuto in uno ulteriore, infinito, anche se più governabile, giacché meno refrattario a una forma perché informale, capace di rispecchiare lo stato d’animo di chi lo crea e rimira.
Quello di Moschitti è un sentiero segnato nella realtà esterna, a seguito di una pullulante e multanime fiumana umana, ineluttabile protagonista di una omologa rappresentazione del vivente consistente in ciò che sfugge, giacché l’individuo moderno, in fuga da sé, abbandona sul suo percorso brandelli della sua anima, lembi della sua storia presente e già trascorsa nel suo svolgersi come istanti perduti.
Vaghe silhouette popolano narrazioni d’occasione, pagine figurate di cose viste; corpi in nebulosa andatura segnano i confini labili di un labirinto geometrico, del quale non s’indovina l’uscita, nel quale piuttosto si agogna il centro; i confini dello spazio dove si avvicenda il consorzio umano non si risolvono più lungo linee rette, il piano orizzontale ha disperso la sua conformazione e si percepisce una nuova dimensione verticale, un arcipelago di luoghi immaginari scanditi in ritmo ascendente ed estatico.
Se la fotografia moschittiana ha il potere di evocare un mondo in cui il principio naturale è stravolto, contiene, nel contempo, celato nel mistero della sua iconografia poetata su superfici indecifrabili, una verità ancora più profonda che riguarda, oltre la logica del suo linguaggio, più propriamente il suo pensiero: se la felicità degli uomini coinvolti nel bailamme della vita ordinaria consiste nella differenza fra ciò che si ha e ciò che si vorrebbe avere, ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere, la verità, per l’artista, da presagire e cogliere nelle vesti di esploratori dell’umanità, è la differenza fra ciò che si vede e ciò che potremmo vedere, poiché il mondo è possibile cambiarlo solo replicandolo.