RIFLETTO

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Rifletto è un ciclo di opere che presentano l’artista immerso nel mondo còlto nella sua reale fattura, attento a cogliere momenti emblematici dell’esistente, dotato di straordinario intuito nel raffigurare ciò che in esso è latente, quindi non immediatamente visibile, e ciò che invece è manifesto, catturato in immagini variamente avvincenti, drammatiche e ironiche, roride di un quid di spirituale e astratto che scorge nell’ordinarietà della gente comune immersa in una quotidianità straordinaria della quale indovina la semplice bellezza, per sublimarne la luce folgorante e i colori abbaglianti, come pure la filigrana burrosa del bianco e nero, al cospetto di un’istanza sociale, a narrare un universo di contraddizioni, povertà e miserie umane, diffuse per le strade lungo le quali si muove, agognante del mistero che vela tutte le cose con le maschere dell’apparenza.
Le sue sono opere capaci di porre in parvenza schegge di vita altrimenti celate all’occhio umano, collettivo, rivelandosi insieme strumento di conoscenza e di riflessione che trascende l’idea della fotografia come di prodotto meramente estetizzante.   
Fotografo creativo dotato di un singolare genio regolatore nella composizione di forme, volumi e luci dall’intervallato sapore della tavolozza pittorica o dell’epopea cinematografica, Moschitti racconta la vita di riflesso, osservandola non attraverso l’obiettivo ma in esso, inteso e impiegato come estensione e potenziamento dell’occhio della mente, a dispetto della pretesa di virare la realtà verso l’obiettivo, in direzione invece di un’inclinazione di questo verso di lei e l’inatteso che nel contempo contempla: l’inatteso, l’inimmaginabile rivelato nel quadrante del vivente, il referente precipuo di ogni esplorazione del Nostro, che lo scorge a partitura transitoria nella morfologia metropolitana, nelle manifestazioni cangianti del mondo fenomenico, nei frammenti architettonici, negli ornamenti antropici, come pure nella rivelazione multanime delle pulsioni, delle reazioni e delle movenze umane. Un attento viandante che ama soffermarsi d’improvviso avvinto a storie che, sulla ribalta di un mondo in dinamicità autosufficiente, dall’angolo visuale della sua identità, come della sua ricerca estetica, offrono in istantanea relazioni improbabili, costituite da distorsioni, mescolanze e sovrapposizioni in un nomadismo figurativo capace di fornire sconosciute immagini del mondo e nuove coordinate all’uomo che in esso, senza fissa dimora, di riflesso vive.
I racconti visivi di Moschitti, costituiti da pezzi di realtà fissati in un eterno in divenire, attraversano l’anima dell’osservatore ammaliato, reso partecipe in un’assenza di tempo di un mondo afferrato nelle sue antinomie, in cui il vero cede al suo opposto in uno slittamento che conduce al ripensamento dell’osservato, sia nell’appercezione della forma che l’occhio attivo e creativo trasforma, sia nei termini del pensiero, poiché ogni immagine dice tanto più di sé quanto più il suo oggetto appare evocato, a comunicare, per questo, anche del soggetto che dietro la maschera dell’obiettivo manipola di risposta alle intermittenze dello spirito; un mondo dove il presente è ormeggiato criticamente nelle secche di un futuro voluto migliore, simulacro di una tensione utopica da considerarsi come inclinazione a un ideale da raggiungere nel divenire storico; nonché riverbero di un impegno sociale, vibrato in naturale, non artificiosa immediatezza formale e intima partecipazione semantica dall’eco collettiva: bambini, donne, uomini e anziani, ricchezza e povertà, architetture, strade, mari e lande lontane, amore, morte, coscienza sociale e quotidianità, sono, tra molti altri, temi, protagonisti e comprimari di una scena surreale che scorre senza limiti nei distretti di un mondo autre.
In ogni scatto, nella gratuità di questo in quanto guizzo del demone creatore, aldilà di qualsivoglia posteriore manipolazione da camera oscura, l’artista sembra non volere far altro che condividere con l’altro da sé le sensazioni che a occhio nudo ha nel varcare le soglie del mondo conosciuto, portandosi così nelle province del misterico, intrecciando nel riflesso un tessuto di rapporti nuovi, testimone in rêverie dell’eterno e invisibile, seppur vivente paradosso della modernità, giacché ogni dettaglio nelle immagini fornisce un sistema di relazioni che tra gli oggetti nella realtà invero sono inesistenti. Per fare ciò non avverte la necessità di rendere credibile ciò che vuole comunicare, pretesa e intenzione che avrebbe reso la credibilità stessa come qualcosa di intensificato, manipolato e artefatto nella ferma volontà di rivelarsi a ogni costo, e non, come di fatto accade, di indicare un modo, una via, una lettura, una potenziale verità tra infinite altre possibili.
Ma tra la realtà per immagini di Mauro Moschitti e l’immagine della realtà tout court non vi è un netto displuvio ed esiste un approdo per l’osservatore naufragato con mesta o gaia letizia nel suo spazio funambolicamente vero e bello nel suo nonsense: l’artista osserva il reale multiforme e nella sua opera pone in perielio l’osservatore rispetto a ciò che rappresenta, ma quest’ultimo, frattanto, vede vedersi dall’occhio creativo nel suo collettivo sé mentre osserva l’artista medesimo che guarda una porzione del reale nella maniera in cui gli detta il suo privato Io, celato nel labirinto dei dettagli infinitesimi di cui si costituisce la teca dell’anima. Per fotogrammi musici quell’Io tesse l’armonia dissonante di un mondo che in visibilio di particolari segreti appare comunque vivente – che gli uomini lo abitino, se ne privino o ne vengano sradicati di fatto –, pur nella sua avvenenza a tratti dolente, perché tra le crepe di un suolo aspro possano spuntare oltre a germogli di compassione anche gemme di bellezza, a sottovento della poesia per immagini, quel visibile parlare che è il linguaggio universale che accomuna gli uomini di ogni dove  – vivano essi tra miseria e ricchezza, luce e oscurità, amore e odio, gioia e sopravvivenza – poiché, come nel suo riflesso il mondo e gli uomini possono apparire nella loro non immediata bellezza, per mezzo di una riflessione molteplice al genere umano vengono illuminati i sentieri della meravigliosa sfera della speranza, dal momento che essa è in ogni luogo, anche laddove apparentemente non si vede e la sola potenza creatrice dell’immaginazione riesce a riflettere.