TRA LE VELE DI SCAMPIA

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Napoli, Scampia e ancora più giù le Vele:
un posto sulla bocca di tutti e nel cuore di nessuno.
Scampia nasce per disposizione della legge sull’edilizia popolare, la 167 del 1962. La costruzione delle “Vele” avrebbe dovuto far viaggiare il nuovo, mentre le grandi arterie e i lunghi viali a scorrimento rapido avrebbero dovuto richiamare l’idea di velocità del mondo, del fluire degli eventi, mentre la protezione degli alloggi dovevano garantire il meritato riposo. Le “Torri” sarebbero state abitazioni collegate tra loro, quasi dei cortili aerei, capaci di favorire la comunicazione e dunque la vita d’insieme.Parchi e giardini non sarebbero mancati. Un ideale alto, un disegno di civiltà alternativa, che doveva essere a misura d’uomo, ma così non è stato. Negli corso degli anni una disoccupazione cronica e un’assenza totale delle istituzioni ha fatto si che questo luogo divenisse il fulcro dello stoccaggio di quintali di droga. Alla fine degli anni 80, il rapporto spacciatori abitanti della zona di Scampia era il più alto in Italia e quindici anni dopo è divenuto il più alto d’europa e tra i primi cinque al mondo. Anche se non vedi nessuno, alle vele sei sempre e comunque controllato: qui puoi essere considerato un valore negativo, come carabinieri, poliziotti o infiltrati di altre famiglie, o positivo come lo sono gli acquirenti, personalmente ho avuto modo di essere ospitato in quell’inferno per qualche giorno e grazie a Davide, nonostante la macchina fotografica al collo, sono stato considerato un intruso abbastanza innocuo: un valore neutro. Davide, autore del libro “Ali bruciate” (alla seconda edizione) in questo posto c’è sprofondato sino al collo: ex pusher del sistema, un ragazzo sveglio con la strada segnata da una sicura promozione a boss, lui bambino di Scampia sedotto dall’eccitante e letale sistema della camorra, oggi padre di famiglia, libero e “pulito” è un grande segno di speranza per tutti i bambini di Scampia. Ed è per il suo straordinario coraggio, per la sua dirompente forza d’animo che accetto l’invito a visitare le Vele. Assieme percorriamo i ballatoi ma anche il piano sott’interrato, lì in mezzo ad un liquame che è un misto di piscio, vomito e acqua che sprizza dalle tubature rotte, ricoperto da un tappeto di siringhe vivono i “visitors”, come chiamano da queste parti gli eroinamani, sono qui a far la parte delle cavie: su di loro provano i tagli per tastarne i danni. Il taglio è fondamentale, quello da caffeina, glucosio, mannitolo, benzocaina, paracetamolo. Un chilo di eroina tagliata bene al primo taglio può diventare tra i cinque e i sette chili per un evidente e vertiginoso guadagno economico, ma il taglio determina anche la qualità e un taglio fatto male attira morte, polizia e arresti. Ecco perché si usano i visitors: un tossico morto a Scampia per un taglio fatto male è semplicemente un morto d’overdose come tanti, un tossico che muore per una partita tagliata male in una qualsiasi altra zona d’Italia o d’Europa farebbe troppo rumore.
Ma alle vele non ci sono solo camorra e tossici: ci vive Maria lasciata dal marito con tre figli da crescere e senza lavoro; c’è Peppino che da un anno ha chiuso con la camorra e sta ancora bussando a centinaia di porte alla ricerca di un lavoro che gli permetta di sopravvivere; c’è Ninuzzo che, non sapendo come campare, si trova costretto a fare la sentinella ai pusher; c’è la signora Titina che ancora non riesce ad accettare la morte del figlio quindicenne ammazzato per sbaglio in un pomeriggio d’estate; ci abita Salvatore, che sta ancora spettando la famosa telefonata per ottenere un lavoro sicuro, ma che di sicuro ha solo il fatto che non arriverà mai; ci sono decine di famiglie costrette a sopravvivere alla giornata, e soprattutto ci sono i bambini. Bambini a cui è stato sottratto anche il più piccolo dei sogni, bambini costretti a passare dall’infanzia alla vita adulta senza mediazione alcuna.
Diego, dodici anni, mi prende per mano, ha un faccione lentiginoso e due occhi enormi e innocenti, alza lo sguardo verso di me “lo sai che quando vado a Rebibbia a Roma a trovare papà con mamma, prendiamo un treno che corre sotto terra?” Alle mie spalle Davide mi ricorda che qui un bambino su tre ha il papà in galera, altri meno fortunati il papà ce l’hanno morto ammazzato.
Poco distante sul muro tra le tante scritte ne leggo una tanto disperata quanto vera:
“ma se la vita è un dono, perché a me m’hann fatt ‘o pacco?”